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L'Olmo è il Foglio d'aria 2






L'Olmo

Chi siamo


MIGRATORI dai rami delle dita, fogli portatori d'Aria Poesia fino ai vostri perfetti stupori MIGRATORI si riconoscono nel momento del racconto, rami o dita, nomi raccogliere e poi lasciare altre foglie andare, di poesia. Fogli d'Aria.


mail: fogliodaria@yahoo.it

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Avete mai fotocopiato una foglia? 

Provate a farlo con questo foglio, fatene da due a cinque copie e portatele con voi lasciandole poi dove credete, dove nessuno se lo aspetta, dove insomma vi pare possa stupire la presenza di
una foglia, per sua natura portatrice sana d’AriA, di poesia




Se vi piacerebbe essere foglia, scriveteci: fogliodaria@yahoo.it

Fogli d'aria

 LA QUERCIA



Monica Leonardo

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Katalin Szabo'








Dorinda Di Prossimo

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Per viaggio

Voglio l'ora silenziosa

la confusione delle persiane
l'erba che succhia il sasso
la tacita, piegata buona notte
 







Rientranze

 
Alle guance sono tornata

a salutarmi fra i capelli
Nessun gatto s'intrufola nelle scarpe
Lische lascio agli uccelli
o
a
seguire il passo dei petali






Giro coi nomi sulle matite
parole su su fino al cappello
all'oca di vetro nel camino

*


il respiro dentro il vestito bordo perfetto
punto preciso tra ilmio petto e il tuo


*




manchi


solo tu al largo


le navi acconciate


*




sui trilli del mare


sazietà di guance


sale benedetto




*




C'è un minuto di notte sui vetri


Donne s'appuntano assenti


Il collo spiegato i muti nodi nudi









Alfio Farbo

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Primavera XII

Trecento metri più su
il bosco ha spento il fischio
della città.
 








In un giorno - Sera II


Martedì sera
per strada un amico.
Io non l'ho salutato.







In un giorno - Pomeriggio I


Visita inattesa:
aspetto un altro istante
prima di bussare ancora.





Inverno VIII

Sul ponte vecchio
sfiora le spalle di tutti i passanti
la sciarpa di uno studente.



Saragei Antonini

vai al sito di Saragei Antonini


Sai che non ho mai avuto la mano ferma
né il silenzio –
che non riesco a fare quella strada
andata e ritorno –
che con tutte le pietre e le piume ingoiate
continuo a dire mare –
che quando non ci sei
canto
perché è così che ti ho trovato –
non sai
che leggero e tutto nero
penso il tempo –
che un anello
una volta tagliato
rimane debole –
che c’è un dio per gli infelici
che ripara ombrelli e i sogni ad occhi aperti –
che il dolore scappa come un ladro sorpreso in casa.

 







Una bolla
un’ altra
è il sapone della pace
stringersi le mani
avere il piacere di fare la conoscenza
avere la sensazione di essersi già visti
forse la cicatrice sul ginocchio
forse a quella festa
ecco
l’asciugamano del destino
la maniglia del caso.







Gira
il mulino della mente
gira di notte di giorno
irriga
i vecchi alberi di nervo
le saline dell’infanzia
i vicini campi del presente
fino all’acqua in casa
al bicchiere sul comodino

Amelia Acca


se riuscissi a scrivere

se riuscissi a scrivere la poesia d'amore più semplice del mondo, le parole dovrebbero passare da un'asola, un po' come quel cammello che da millenni cerca di infilarsi nella cruna dell'ago, e penso che dovrei scriverla a febbraio perché febbraio è un mese un po' snobbato da chi scopre l'amore, non come l'evocativo maggio o il definitivo dicembre, ed anche che mi verrebbe da scriverla tra le masserizie e le chincaglierie inutili della cucina - uno stampino da budino, una tazzina finto cinese - paragonando l'amore a qualche impasto, al manico mezzo fuso della caffettiera, al barattolo del pangrattato.
immagino che sarebbe scritta a matita in modo che si consumi tutta perché non serve a niente una poesia d'amore che non si temperi, che non si divori fino in fondo, come l'ultima briciola di una cosa buona da mangiare e che, trascrivendola, per l'emozione scapperebbero dei refusi, errori grammaticali, e mi concederei qualche scopiazzatura di verso, come per esempio alto è il muro che fiancheggia la mia strada, e la sua nudità rettilinea si prolunga all'infinito, per sollevarle il tono un po' dimesso mentre tralascerei la metrica e le rilascerei almeno due licenze, la protesi e la sincope, ma solo perché la poesia più semplice del mondo avrebbe bisogno di cure speciali.
poi credo che se dovessi scrivere la poesia più semplice del mondo dovrei tenermela in tasca per parecchio perché le tasche per le poesie d'amore sono come le cantine per il vino e non dovrei metterle fretta mentre recupera tutti i profumi che aveva già quando era appena un grappolo. ed anche se è la poesia d'amore più semplice del mondo, per lei consulterei il vocabolario, un cartografo, anche l'oracolo se servisse, e poi un carpentiere, un esperto di barche e uno di botanica, per non parlare del cuoco o di un bruco.
anche nella poesia d'amore più semplice del mondo alla fine forse dovrei rassegnarmi a descrivere questo benedetto amore e allora diventerei un po' silenziosa e dopo averci pensato, non poco, non poco, direi, senza voler aver ragione, che l'amore è un crampo.
punto.



  


aestella

vorrei che questa lettera ti arrivasse un mercoledì.
non sai la grazia con la quale le lettere del mercoledì aspettano la mano che le prenderà, le soppeserà appena, le girerà dove è scritto l'indirizzo per vedere se è proprio il tuo nome quel nome, se è stato scritto in fretta, occupando poco o molto spazio, se sul davanti ci sia un indizio di chi l'ha spedita o, meglio, se si porti appresso un odore stagionale, se sia un poco ondulata da scrosci di pioggia o ancora croccante di sole.
aestella,
come sempre ti scrivo da un tempo siderale e non passa giorno che non pensi a un dio ordinato come una serva all'ora di pranzo che predispone per noi un rettangolo esatto di cielo sotto il quale combinare qualcosa di decente.
per quanto mi riguarda, a parte le due tre cose che sai essere di mia abitudine, trovo molta indecenza nel fondo dei miei occhi quando mi viene il pensiero di te,
e gli occhi sono come zolfo bello secco e poi due fiammelle, e mi ritrovo a parlarti, a rispondere a domande che non mi hai mai fatto e soprattutto a ripetere parole d'amore vecchie, perché tutte le parole d'amore sono vecchie più del mondo stesso prima che venissimo al mondo, prima che ci venisse affidato un rettangolo di cielo incolore.
è ottobre inoltrato, qui, aestella ed è il mese delle cose rotte: il piatto del buon ricordo di roma è in quattro pezzi ed è diventato per me un tangram irrosolvibile, il principino ha perso un piede e la sua babuccia damascata, il mulino ha una pala spezzata, il campanile bianco la punta sbeccata.
anch'io ho problemi ai piedi, aestella.
piccole punte di spillo mi trapassano i calcagni quando vado a letto per i mille passi da millepiede che compio ogni giorno lungo i lati del rettangolo di questo cielo che non matura più i suoi frutti.
 ieri notte i piedi doloranti mi hanno seguita fin dentro al sogno e mio padre era una specie di calzolaio che mi mostrava un campionario di scarpe e me ne regalava un paio dall'aria duratura, in buona pelle nera con cuciture forti, e mentre allungava il braccio mi diceva
hai proprio bisogno di scarpe nuove
sicché mi guardavo i piedi con gli aghi sotto e scoprivo che erano nudi.
aestella, siamo tutti scalzi in questo spazio siderale.
tutti in debito di scarpe da un padre, da una madre che preghiamo ci insegnino come stare in piedi fino a cent'anni. dicono che le scarpe siano la prima cosa che si sfila dal nostro corpo quando si muore e non l'anima come ci piace pensare, come si trattasse di un canarino che dal troppo entusiasmo sbatte sulle finestre chiuse. confonde un rettangolo di cielo con il cielo stesso.
per me non devi preoccuparti, so bene come buttarmi alle spalle gli inganni, quanto attendere perché le colpe appaiano modesti peccatucci e, come sai, anche come percorrere il perimetro per distrarre quel dio dispensatore di limiti.
la mia unica possibilità, aestella, è andare,
andare e andare
al cuore delle cose,
nel cuore delle cose.
è una speranza da ergastolano, lo so, ma per ora non ho altro a questi piedi che i miei piedi stessi.
 

Corinne Chaufour

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l'aveugle de l'aube


 
Something is Hiding In Here


chambre de l'écho


oraison

Francesco Balsamo


 merlo di vita letteraria
(o sedentaria)



trombe-delle-soste



acrobata


La Quercia

Il genere Quercus comprende molte specie di alberi spontanei in Italia.
In molti casi il portamento è imponente anche se ci sono specie
arbustive. Le foglie, alterne, sono talvolta lobate, talvolta dentate e
sulla stessa pianta possono avere forme differenti, per la differenza
del fogliame giovanile rispetto a quello adulto.

Le querce sono piante monoiche, ovvero la stessa pianta porta sia i
fiori maschili che quelli femminili. I fiori maschili sono riuniti in amenti
di colore giallo, quelli femminili sono di colore verde. Il frutto è la
ghianda, formata da una cupola di squame che circonda la base della
noce.

Al genere appartengono circa 450 specie di piante rustiche, a foglie
decidue o sempreverdi. Le prime specie di querce comparvero sulla
Terra nel periodo Cenozoico.

Storia delle querce europee
Lo scienziato francese Antoine Kremer ha dimostrato tramite lo studio
dei geni delle querce e dei pollini fossili che durante l'ultima Era glaciale
le popolazioni di Quercus sono state confinate in tre zone rifugio situate
in Spagna, Italia e nei Balcani per poi ricolonizzare il territorio del
Continente europeo. L'area attuale era già occupata a partire da 6000
anni BP. Il confronto dei dati genetici e dei dati palinologici hanno
determinato le vie di colonizzazione intraprese dai vari lignaggi.

I rilievi ed in particolare le Alpi hanno a volte rallentato o deviato l'avanzata
ma la traiettoria sud-nord è resa costantemente visibile. In questo
modo le querce rifugiatesi nella Penisola iberica hanno colonizzato
tutta la zona situata ad ovest, ed in maniera esclusiva le isole britanniche.
Le querce rifugiatesi in Italia e nei Balcani sono progredite verso
l'Europa orientale e la Russia.

Dall'analisi palinologica è emerso un dato sorprendente che riguarda
la velocità di questa progressione, in media le querce sono avanzate
di 380 m all'anno, con delle punte massime di 500 m all'anno in certi
periodi.

Il ramo di quercia è per i Romani simbolo di virtù, forza, coraggio,
dignità e perseveranza.

È celebre la quercia sotto cui Torquato Tasso si riposava e leggeva
durante il suo soggiorno a Roma.